“Il commissario al quadrato, la fuga dei giovani e la legge del ciuccio che vola” di Francesco Tropeano

Articolo di Francesco Tropeano "Il commissario al quadrato, la fuga dei giovani e la legge del ciuccio che vola" Una piccola storia ignobile tutta calabrese

RICEVO E PUBBLICO

ARTICOLO DI FRANCESCO TROPEANO

“Il commissario al quadrato, la fuga dei giovani e la legge del ciuccio che vola”

Una piccola storia ignobile tutta calabrese

Non passa giorno che giornali nostrani, tv e media in generale, non riportino con grande enfasi e con impenitente faccia di tolla, i grandi progressi ed i grandi risultati della impalpabile sanità calabrese. In realtà di grande c’è solo lo smarrimento e la disperazione di quanti, e sono sempre di più, in una regione sempre più povera e sempre più vecchia, si vedono costretti ad affrontare i gironi infernali della malattia in perfetta solitudine, spesso respinti da un sistema sanitario autoreferenziale o, nel migliore dei casi, logorati da un interminabile ed inconcludente peregrinare tra cadenti ospedali. E quando, tirando la cinghia, si rivolgono alla sanità privata, le risposte sono evasive e parcellizzate. Nessuno ha voglia (o non è in grado?) di prendere in carico il povero malato. Chi può economicamente, sarà, piuttosto, caricato, dai familiari disperati, su un treno e spedito in regioni lontane.
La scorsa settimana il governo, riconoscendo l’emergenza sanitaria ospedaliera calabrese, ha decretato un ulteriore commissariamento del commissariamento, questa volta in capo addirittura alla Protezione Civile. Come si fa per i terremoti e per le altri catastrofi. Ma siamo sempre nel paese di Pulcinella, non abbiate timore: il capo della Protezione Civile ha delegato indovinate chi? Ha delegato il solito, immarcescibile, commissario – Presidente della Regione. Evviva! Adesso abbiamo il Commissario – Presidente – Commissario. Un commissario al quadrato!
Continuiamo così, facciamoci del male! Avrebbe detto Nanni Moretti.
Eppure ci voleva solo un po’ di buon senso per risparmiare a migliaia di calabresi quotidiane sofferenze e faticosi viaggi della speranza. Ma il buon senso cozzava, e cozza, col disegno liberista di smantellare ogni presidio di welfare per farne un pascolo privato per propri amici e sodali. E dove si guadagna di più se non sulle sofferenze della gente?

Per la carenza di medici occorreva soltanto fare le convenzioni con le Scuole di specializzazione universitarie, di Messina e Catanzaro, garantire i tirocini nei nostri ospedali ed assumere gli specializzandi prima ancora che conseguissero il diploma di specializzazione. Questo era lo spirito del Decreto Calabria del 2019. Sono passati invano sei anni. Invece ne hanno approfittato, utilizzando paradossalmente proprio il Decreto Calabria, tutti i grandi ospedali lombardi e toscani che hanno coperto ampiamente le loro piante organiche.Noi abbiamo preferito i cubani. Per carità degnissime persone e scrupolosi professionisti. Ma certamente non hanno un contratto a tempo indeterminato e mano a mano che i reparti si chiudono, da soli, come sta avvenendo, non c’è bisogno che siano rimpiazzati. Il Commissario al quadrato aveva sempre detto che avrebbe preferito essere curato da un medico cubano, ma, quando ha avuto bisogno di cure, non si è
visto nessun cubano al suo capezzale. Piuttosto si è portato appresso il suo medico privato, approfittando della struttura pubblica.

Comunque andiamo avanti. Per fare una sanità decorosa bisogna fare una buona campagna acquisti.
Invece, in buona parte dei casi, diventano primari i portaborse del primario che è andato in pensione. E di solito ne sanno meno del proprio predecessore. Basterebbe badare al merito e non alla clientela. Tanto lo stipendio del luminare e quello del miracolato sono esattamente equivalenti. Un brillante ricercatore di qualunque parte d’Italia, con una prospettiva, lontana nel tempo, di diventare direttore nella propria struttura, verrebbe di corsa anche alle nostre latitudini. Potrebbe anche andarsene dopo i fatidici 5 anni
di contratto, ma intanto si sarebbe formata una scuola, un vivaio, in grado di proseguire sulla strada intrapresa. Siamo invece nel paese dei primari a vita e spesso il cadreghino si tramanda da vassallo a valvassore.

Il Pronto Soccorso è diventato un girone infernale. Attese interminabili, affollamento soffocante, episodi di violenza da parte di cittadini esasperati contro i sanitari, spesso stremati da turni pesanti. Eppure ogni anno le aziende sanitarie stilano i loro fabbisogni, che rimangono libri dei sogni, anche in anni come questo appena passato, in cui sono arrivati molti più soldi degli anni precedenti. Ed ogni anno, tanto di questo fabbisogno è rappresentato dai Reparti di emergenza – urgenza. Ed ogni anno la Regione accredita strutture private che sono in buona parte ospedali dell’unghia incarnita e case di riposo
travestite da cliniche. Non è mai venuto in mente a nessun ineffabile commissario che, se il privato vuole accreditarsi, lo deve fare, visto il fabbisogno , anche e prioritariamente per i reparti di Pronto Soccorso e di emergenza urgenza? Purtroppo alla sanità privata piace vincere facile. Sono abituati ad una classe dirigente genuflessa e questuante. E l’emergenza – urgenza presuppone più responsabilità e competenze.

E potremmo continuare all’infinito, con questo tipo di iniziative a costo zero, ma sono sicuro che sarebbe fatica e tempo sprecati. La sanità pubblica è morta da anni, strangolata da un sistema economico politico che prevede la deresponsabilizzazione dello stato dai suoi doveri di assistenza e l’evaporazione di molti diritti conquistati da mezzo secolo di lotte sociali. Siamo nel periodo in cui le polizze sanitarie te le tirano dietro ovunque vai e si comprano pure dal fruttivendolo. La prospettiva è chiara. L’assicurazione sanitaria diventerà obbligatoria, ma la sanità non funzionerà lo stesso, almeno per i comuni mortali che non hanno redditi da nababbi. Ci si curerà, o si cercherà di curarsi, con risultati sicuramente peggioridegli attuali, ma non si potrà più neanche protestare. Tanto anche se uno dovesse morire, poi paga l’assicurazione. Ma pagherà davvero l’assicurazione? Abbiamo esempi tristemente eloquenti, per esempio, negli Stati Uniti, ma di questo parleremo doviziosamente in una prossima inchiesta.
La sanità pubblica, quindi, è morta. Nessuno ha il coraggio di dirlo. Ogni commissario, ogni direttore generale, ogni governo che si avvicenda, ne seppellisce un pezzo alla volta. Questa è la vera ed unica loro mission.

In questo sconfortante scenario, per capire quale sia la realtà, racconteremo, documenti alla mano, una piccola storia ignobile che si è consumata durante l’ultima rovente estate del 2024.
Andrea, nome di fantasia, è un giovane medico calabrese molto brillante. Si è laureato con lode e massimo dei voti. Si è specializzato con lode e massimo dei voti. Può vantare diversi master di secondo livello ed uno straordinario curriculum di ben 18 pagine. Durante la pandemia si trova in un noto ospedale del Nord, quando, quasi per caso, apprende che un “grande” ospedale calabrese ha pubblicato un concorso, a tempo determinato, nella sua specialità. Ed incomincia a riflettere e quasi si sente in colpa. Cosa ci fa lui in pianura padana, quando la sua regione sembra aver bisogno del contributo di tutti?

Così abbandona, prima della conclusione del suo impegno del tempo, quella comfort zone per ritornare alla sua terra. Il concorso calabrese prevede una prova scritta, una orale ed una prova di laboratorio, che comunque Andrea supera agevolmente. Sarà assunto dal grande ospedale calabrese, per sostituire un medico assente, nell’estate inoltrata di due anni fa. Certamente è un’occupazione precaria, ma ci mette l’entusiasmo e l’infaticabile abnegazione che solo l’energia di un giovane può sprigionare. Il numero dei medici di reparto è numeroso, ma molti sono esonerati dai turni per vari motivi. Così dalla media di 3 – 4 notti mensili dell’ospedale padano, si passa alle 6 – 8 notti del “nostro” ospedale, a parità di personale. E non sono certo notti tranquille, infatti oltre all’assistere i malati del reparto, occorre fronteggiare, e farsi carico, con coscienza, anche di venti-trenta pazienti per notte che transitano per il pronto soccorso, a varie ore, e vengono direttamente mandati nel suo reparto. Dove è l’unico medico in servizio.
Ha affittato un monolocale poco lontano dall’ospedale e tra affitto, bollette, utenze e spese per l’automobile, in una città dove i servizi pubblici non sempre sono affidabili, viene eroso buona parte dello stipendio. Ma va bene lo stesso. Intanto il tempo passa ed Andrea ha modo di farsi conoscere ed apprezzare, non solo dall’utenza, che spia i suoi turni per presentarsi quando lui è in servizio. Ma anche la Direzione Aziendale, addirittura con delibera, adotta un protocollo diagnostico-terapeutico di cui Andrea è il primo redattore.

Nella primavera dello scorso anno, il Parlamento nazionale approva una serie di emendamenti ad una legge che dà la possibilità di stabilizzare i medici precari assunti per concorso, purché abbiano effettuato almeno 18 mesi di servizio. E’ anche il caso di Andrea, che, speranzoso, nei primissimi giorni di maggio 2024, si reca presso la direzione amministrativa del grande ospedale per informarsi sull’iter da seguire.
Riceve risposte volutamente vaghe, accompagnate da maldestri tentativi di dissuaderlo dal suo proposito.
Una cupa tensione si materializza durante il colloquio ed addirittura il dirigente numero uno lo diffida dal presentare la richiesta di stabilizzazione, perché potrebbe essere denunciato per falso (!). Eppure aveva abbondantemente superato i 18 mesi previsti, si avvicinava ai due anni, di quale falso potevano accusarlo? Probabilmente quella sua richiesta intralciava piani già predisposti. E quando manifesta la possibilità di andarsene dall’ospedale, viene anche irriso. “Dove te ne andrai? A Benevento?” lo apostrofa il massimo dirigente amministrativo.
Andrea torna a casa, turbato e intristito. Era uscito quasi felice, quella mattina. Ora deve mangiare in fretta e correre in ospedale: il turno pomeridiano lo aspetta. E tra le mille incombenze del suo lavoro, ritorna, negli attimi di tregua, a quel malaugurato mattino, a quelle malcelate intimidazioni. Andrea è calabrese nel midollo. Non si arrende, non ubbidisce per quieto vivere. Appena avrà un po’ di tempo, formalizzerà l’istanza di stabilizzazione e la protocollerà: dovranno pur rispondere per iscritto una buona volta, senza ghigni, ammiccamenti e minacce a mezze parole. Dopo un paio di giorni, il 7
maggio, spedirà la pec alla direzione dell’Azienda Ospedaliera con la richiesta di stabilizzazione. E per conoscenza girerà la pec anche al Commissario Presidente regionale alla sanità, che tanto si sta adoperando per reperire medici, anche dall’altro capo del mondo. E dal giorno successivo Andrea consulta compulsivamente la propria mail in attesa dell’agognata risposta. Ma la risposta non arriva. O meglio non arriva alla sua mail.

Infatti, dopo circa una settimana dalla visita alla Direzione Amministrativa, compare sull’Albo Pretorio della “sua” Azienda, una delibera dove viene messo a concorso l’unico posto disponibile per la sua specialità medica. E nella delibera ci si affretta ad affermare che tale concorso può essere indetto perché non risulta in servizio neanche un medico con diritto alla stabilizzazione. Una pretestuosa precisazione nel tentativo di bypassare un decreto dell’ineffabile Commissario Presidente regionale alla sanità che invece imponeva, appunto per decreto, la pubblicazione di un avviso interno di ricognizione per eventuali stabilizzazioni, prima di indire un concorso.
Andrea è frastornato e confuso: ora capisce il perché del trattamento ricevuto in direzione. Il posto dove sperava di essere stabilizzato probabilmente è già stato destinato a qualcun altro. Non sa che fare. Spera che il Commissario Presidente regionale si accorga di essere stato raggirato ed intervenga. Passa ancora una settimana, poi due. L’Azienda non si degna di rispondere alla sua richiesta. Il Commissario Presidente regionale non fa una piega: sarà a tutt’altre faccende affaccendato!
Contatta uno studio legale dove gli viene consigliato di rivolgersi al TAR ed intanto viene inviata dall’avvocato una lettera alla Direzione Aziendale in cui si sollecita, entro un termine perentorio, di rispondere alla richiesta di stabilizzazione formulata da Andrea. Copia di questa lettera viene inviata, con pec, anche al Commissario, non ancora al quadrato, nonché Presidente regionale, che a questo punto non può non sapere.

La risposta dall’Azienda arriverà dopo oltre un mese dalla richiesta. Sarà un capolavoro dadaista che meritava certo tanto tempo e tanta applicazione per essere concepito.
Complimenti! La legge del ciuccio che vola è servita.

Lettera di benservito

Già a prima vista spiccano diversi errori nelle date citate ed anche leggendo superficialmente la nota del direttore del personale, si percepisce subito che c’è qualcosa che stona, qualcosa di illogico. Ma Andrea la legge e la rilegge e si chiede se, a questo punto, ci sia mala fede o testarda ignoranza. Viene citata una normativa senza tener conto degli aggiornamenti intervenuti nel tempo. E’ già paradossale sostenere, e scriverlo persino in neretto, che per essere stabilizzati occorra aver prestato 18 mesi di servizio entro il
31 Dicembre 2023 di cui almeno sei mesi entro il 31 Dicembre 2024
!!! Sarà la nuova teoria spazio-temporale dopo quella di Einstein? Una teoria dove i ciucci possono anche volare?
Ma la realtà è molto più semplice e prosaica, se non ci si fosse limitati ad un copia ed incolla maliziosamente parziale. Infatti, nella nota aziendale, alla fine dell’articolo di legge citato, c’è una parentesi quadra con tre puntini sospensivi. Cosa viene omesso? Scorrendo la legge, sulle pagine di Normattiva, Andrea scopre che quei tre puntini celano un numeretto, precisamente il numero 32 che rimanda ad un aggiornamento della legge.

E l’aggiornamento n° 32 riporta testualmente : “il termine per il conseguimento dei requisiti di cui all’articolo 1, comma 268, lettera b), della legge 30 dicembre 2021, n. 234, è stabilito al 31 dicembre 2024”. Nessuna nuova teoria dunque, basta solamente scorrere il testo integrale con gli aggiornamenti e le date miracolosamente si allineano nella giusta sequenza temporale.
Ovviamente le altre Aziende sanitarie, in tutt’Italia, hanno, sulla stessa tematica e nello stesso periodo, seguito iter procedurali certamente aderenti alle normative di legge, pubblicando gli avvisi di ricognizione per il personale da stabilizzare. Ma l’Azienda del grande ospedale dove lavora Andrea ha, evidentemente, altri progetti. Con il silenzio assenso del Commissario Presidente regionale.
Tutte queste osservazioni vengono fatte presenti, con dovizia di documenti, ai vertici aziendali, e per conoscenza anche al Commissario Presidente regionale, su questa vicenda muto come un pesce. Ma Andrea si trova davanti un muro insormontabile. Si sente impotente e frustrato. Finanche l’incontro con il Commissario aziendale si conclude con un laconico: “le faremo sapere”.
E’ il solito umiliante muro di gomma.

Ora Andrea si trova davanti ad un bivio: rimanere al sud in uno stato di eterno precariato,
barcamenandosi tra una sostituzione ed un incarico a tempo, oppure volgere lo sguardo verso altre regioni dove tengono, in qualche modo, conto anche del merito? Dopo un’estate tormentata decide infine di lasciare il grande ospedale calabrese e di iscriversi ai concorsi di altre regioni.
In Lombardia, nel settembre 2024 si svolgeranno diversi concorsi, a Bergamo, a Cremona, a Monza ed a Milano.
Purtroppo, parafrasando, amaramente, Nino Spirlì, possiamo dire che non solo le malattie ormai parlano solo lumbard, ma anche i nostri migliori medici sono costretti ad impararlo!
Intanto nel grande ospedale calabrese si svolgerà il concorso. E’ naturale sperare che almeno venga destinato ad un altro giovane specialista, disoccupato/sottoccupato, con un degno curriculum scientifico e professionale. Sarebbe il colmo se a vincere fosse, magari, qualche medico, già assunto da anni nello stesso ospedale, che vuole solo togliersi il capriccio di cambiare reparto!

Foto Il Quotidiano del Sud

Morale della favola.

Andrea non è andato a finire a Benevento. Dalla fine del 2024 è un dirigente medico, a tempo indeterminato, presso l’Ospedale Niguarda di Milano, premiato come migliore ospedale d’Italia nella classifica del Word Best Hospitals 2025. Andrea infatti ha superato il concorso di assunzione, risultando primo, su 49 candidati, con un punteggio molto lusinghiero. Certamente un grande riconoscimento per lui. Certamente una magra consolazione per tutti noi calabresi che regaliamo le nostre eccellenze in Italia
e all’estero e poi ci lamentiamo, contriti, delle disperate condizioni a cui dobbiamo soggiacere.
Mentre schiere di venditori di tappeti favoleggiano, con faccia da impuniti, dei grandi progressi del nostro sistema sanitario regionale.
Meditate, gente, meditate.
Francesco Tropeano

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Carletto Romeo
Presentatore radiofonico e televisivo, attore tv, cinema, teatro. Blogger e webmaster "autodidatta". Scrittore... da sempre! Ma non l'ha mai detto "pubblicamente" a nessuno! E... Mi raccomando! Anche tu che stai leggendo, non lo fare!

3 commenti

  1. Non so se lei conosce in prima persona la realtà sanitaria calabrese per averci lavorato, oppure per averla studiata, ma la sua ricostruzione è drammaticamente penetrante e lucida.
    I classici mali calabresi del clientelismo e della corruzione sono stati aggravati dalla svolta neoliberista, iniziata negli anni Ottanta negli Stati Uniti e in Inghilterra, i cui effetti stanno manifestando tutta la loro portata: non soltanto privatizzazione e deregolamentazione, ma smantellamento del Welfare a tutto tondo, compresi Previdenza, Istruzione, Sanità!
    La salute non è più un diritto, espressione di un bisogno comunitario costituzionalmente garantito, ma diviene sempre più un servizio venduto da imprese private a fine di profitto a prezzo di mercato, accessibile a redditi medio alti, il che pone tragici dilemmi ai cittadini: mangio o mi curo? mi curo o pago le tasse universitarie a mio figlio? E così via.
    L’alibi con cui giustificano i loro misfatti è grande quanto il debito pubblico, ed è rafforzato dal sistema della propaganda che inventa nuove emergenze, che avrebbero la priorità. I criminali di Bruxelles hanno ora pensato alla psicosi della guerra per giustificare i tagli e i nuovi debiti. Occorre una nuova mobilitazione popolare, una rinnovata militanza di massa, che non so immaginare però come è quando possa prendere forma!

  2. Non so se lei conosce in prima persona la realtà sanitaria calabrese per averci lavorato, oppure per averla studiata, ma la sua ricostruzione è drammaticamente penetrante e lucida.
    I classici mali calabresi del clientelismo e della corruzione sono stati aggravati dalla svolta neoliberista, iniziata negli anni Ottanta negli Stati Uniti e in Inghilterra, i cui effetti stanno manifestando tutta la loro portata: non soltanto privatizzazione e deregolamentazione, ma smantellamento del Welfare a tutto tondo, compresi Previdenza, Istruzione, Sanità!
    La salute non è più un diritto, espressione di un bisogno comunitario costituzionalmente garantito, ma diviene sempre più un servizio venduto da imprese private a fine di profitto a prezzo di mercato, accessibi a redditi medio alti, il che pone tragici dilemmi ai cittadini: mangio o mi curo? mi curo o pago le tasse universitarie a mio figlio? E così via.
    L’alibi con cui giustificano i loro misfatti è grande quanto il debito pubblico, ed è rafforzato dal sistema della propaganda che inventa nuove emergenze, che avrebbero la priorità. I criminali di Bruxelles hanno ora pensato alla psicosi della guerra per giustificare i tagli e i nuovi debiti. Occorre una nuova mobilitazione popolare, una rinnovata militanza di massa, che non so immaginare però come è quando possa prendere forma!

  3. Francesco Tropeano
    Francesco Tropeano

    Buongiorno Gaetano, grazie per il commento.
    Concordo pienamente con quanto ha scritto. Purtroppo la realtà è sotto gli occhi di tutti…quelli che la vogliono vedere. Non so se gli strumenti per opporsi alla deriva neoliberista possano essere quelli tradizionali o dobbiamo inventarne di nuovi. Certamente stare zitti è la cosa assolutamente da evitare.

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Carletto Romeo