Come si declina il sovranismo in politica estera? Il caso Trump

Per la rubrica "Lo Spunto Letterario"

Lo Spunto Letterario
di Gaetano Riggio


Come si declina il sovranismo in politica estera? Il caso Trump

Se la logica della globalizzazione implica una perdita di sovranità da parte degli Stati, principalmente a favore di istituzioni economiche internazionali di libero scambio, ma anche di accordi multilaterali che vincolano le politiche interne al perseguimento di obiettivi universali come la lotta ai cambiamenti climatici, la promozione dei diritti umani, il coordinamento degli interventi umanitari e sanitari, eccetera, il sovranismo costituisce invece un ritorno al concetto classico della piena sovranità dello Stato, non soggetto a poteri sovrastanti che possano o debbano indirizzarlo o condizionarlo.
Per una grande potenza, è più facile dire: “faccio quel che voglio”. Non c’è dubbio. I primi provvedimenti o annunci di provvedimenti, da parte di Trump, vanno infatti in questa direzione: uscita dagli accordi sul clima, e sul green deal; uscita dall’Oms; sanzioni contro la Corte Penale Internazionale, in quanto organo giurisdizionale sovranazionale illegittimo; chiusura dell’agenzia, fasta e nefasta al contempo, Usaid, nata per finanziare e gestire aiuti e assistenza umanitaria ai paesi in difficoltà, ma divenuto un centro opaco dove occultamente si tramavano interferenze illegittime e sovversive negli affari interni di altri Stati allo scopo di destabilizzarli e provocare cambi di regime; forte limitazione degli accordi di libero scambio con l’inaugurazione di una fase di protezionismo a colpi di dazi nei confronti di quegli Stati che hanno capitalizzato un forte credito commerciale nei confronti degli USA, e altro ancora.

Il fallimento della globalizzazione economica, e la falsa retorica del neoliberismo

Non c’è dubbio che la globalizzazione economica, promossa e guidata dagli stessi Stati Uniti, soprattutto dal Partito democratico, a vocazione maggiormente globalista e universalista, si è ritorta contro gli artefici del processo, a conferma che il libero scambio non è la ricetta magica che mette tutto a posto: dove tutti ci guadagnano, e il gioco economico tende a oscillare intorno un punto di equilibrio, che garantisce la prosperità.
Provoca invece squilibri, sposta risorse e investimenti da una parte all’altra del mondo secondo una pura logica di ricerca del profitto o addirittura meramente speculativa.
Il caso degli USA è esemplare: il deficit della loro bilancia commerciale è di circa 1000 miliardi di dollari all’anno, a vantaggio soprattutto di paesi come la Cina, l’UE, il Messico, il Giappone, ma anche di altri paesi.
Importano assai piú di quello che esportano per il semplice fatto che il loro sistema economico ha perso competitività, ed è dunque in declino rispetto al resto del mondo, con la conseguenza che molte aziende hanno chiuso, e gli operai hanno perso il lavoro. Se i ceti bianchi impoveriti hanno votato Trump, è perché sperano che egli riporti le attività produttive in patria ristabilendo la sovranità dello Stato sul mercato, proteggendo e incentivando la produzione nazionale con dazi e altri interventi.
Il deficit suddetto, tra l’altro, è sempre meno sostenibile, e minaccia la tenuta complessiva del sistema economico americano, nella misura in cui la sfiducia indurrà gli investitori a dirottare i risparmi verso altri lidi (nel qual caso, per gli USA sarebbe un disastro).
Il libero scambio, se non regolato, invece che promuovere la cooperazione pacifica, può rivelarsi, in definitiva, come la giusta ricetta per guerre future.

Il sovranismo economico, di cui Trump si è fatto campione, inteso come tutela del mercato nazionale tramite i dazi doganali, è il sintomo che il libero mercato globale non ha giovato al paese, e che anzi ha drenato posti di lavoro, e investimenti, e dunque reddito, impoverendo strati significativi della popolazione.
Certo, il sovranismo mira a tutelare le classi operaie e lavoratrici di un certo Stato, anche scapito delle altre, il che gli conferisce connotazioni nazionaliste, e anche razziste. Lo abbiamo visto. Trump si rivolge ai bianchi impoveriti dalla deindustrializzazione, che egli intende tutelare con una duplice muraglia: certamente, contro l’eccesso di importazione dall’estero (dazi doganali, protezionismo), ma anche contro l’immigrazione soprattutto ispanica dal Messico! (Retorica nazionalista, e xenofoba, dove lo straniero da demonizzare varia seconda delle latitudini e delle vicissitudini delle varie realtà politiche!)
Contro gli effetti caotici della globalizzazione, hanno ripreso dunque vigore quelle forze politiche che puntano a restaurare la funzione regolatrice e stabilizzatrice dello Stato sovrano tradizionale, e a tutelare i vasti ceti sociali già sconvolti ed impoveriti, attanagliati dall’angoscia per il futuro.
Ma il sovranismo trionfante non è di sinistra, anche se colma il vuoto politico della sinistra, appiattita sulla globalizzazione e sui temi dei diritti civili.
E’ contro il capitalismo globalizzato, a favore di uno più tradizionale, legato alle sue basi territoriali nella nazione e nello Stato. Non a caso, Trump farà di tutto per riportare a casa investimenti ed aziende delocalizzate. Trump non difende i lavoratori americani contro le oligarchie economiche statunitensi (che anzi sono entrate a pieno titolo nel governo con Musk, e tanti altri), ma contro i lavoratori non americani e non bianchi (non – WASP).
La guerra commerciale potrebbe essere il preludio di una guerra vera e propria, dal momento che il libero scambio non può che degenerare in conflitto tra interessi nazionali incompatibili.
Mettere dazi, fermare l’immigrazione, rivendicare in modo aggressivo zone di esclusiva influenza e pertinenza (vedi l’interventismo neocoloniale di Trump a Panama, Canada, Groenlandia, etc.) significa ritagliarsi con la forza aree di influenza perse nel libero gioco di mercato. Tra parentesi, i cinesi erano sbarcati a Panama (con il consenso del governo panamense, ovviamente), ma Trump ha minacciato di invaderla, se non manda via le imprese della Cina!
Si può dunque ipotizzare un arresto della globalizzazione, e la divisione del mondo in sfere di influenza, politico-militare ed economica.

Il sovranismo non è unipolare (l’unipolarismo perseguito dagli USA soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino), ma pragmaticamente multipolare, perché non mira a fare trionfare valori e modelli nel mondo (il modello liberaldemocratico occidentale), ma a difendere gli interessi dello Stato, con relativa sfera di influenza nei limiti del possibile. Ecco perché è più facile un accordo Trump – Putin, perché Trump bada a quel che conviene agli USA, e non a un’astratta e utopica espansione a Est, sul modello della guerra fredda, e della lotta del bene contro il male, anche se ciò significa rimettere in discussione i rapporti con l’UE, e il ruolo della NATO.
Questo è il significato dello slogan trumpiano “America first”: in primo piano gli interessi degli Stati Uniti, e non gli sforzi ormai insostenibili per un’egemonia globale, che non è appunto realistica, come non è realistico l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, o la riconquista dei territori persi.
Certo, non manca molto rozzezza e ottusità, come quando ci si ritira dagli accordi sul clima, o dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, come se in questi settori non fosse indispensabile uno stretto coordinamento tra gli Stati per evitare il disastro. In questi casi, il sovranismo degenera in egoismo nazionale in ultima analisi autolesionista, come in altri casi in volgare e brutale razzismo xenofobo.
Allo stesso modo è indubbio che la politica si è brutalizzata, con il perseguimento degli interessi nazionali che passano sopra tutto il resto. Politica brutale e disumana è infatti l’ipotesi di una deportazione dei palestinesi, come genocidiaria continua a essere quella israeliana.
La soppressione dell’agenzia Usaid da parte di Trump significa due cose: che non è prioritario aiutare umanitariamente gli “altri”, ma colpisce anche quell’enorme flusso di denaro che andava a finanziare perfino il terrorismo, e provocare cambi di regime e rivoluzioni colorate in giro per il mondo.

Gaetano Riggio


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Carletto Romeo